Creta

Di mare, mare e ancora mare.

Ottobre, 2021

Un’iperbole, rasente a terra per poi impennarsi. Creta è stata questo. Dal male al bene. Dal brutto al bello. Da “Abbiamo fatto una stronzata” a “Ma chi cazzo ha voglia di tornare a casa?!”

Ottobre, l’autunno ha già bussato alla porta, timidamente. L’abbronzatura è ormai svanita da volti malinconici i quali evocano le recenti vacanze come ricordi remoti. Inizia la lenta corsa che conduce al Natale, con le sue tappe. Quale periodo migliore per prendere un aereo e andare a far morire d’invidia amici e parenti. Sole, mare, spiagge deserte e ristoranti non affollati. La mente suggerisce latitudini inferiori, laddove le acque siano ancora calde e i bermuda all’ordine del giorno. Un unico confine, l’Europa (meledetto Covid). Una rapida googlata fissa la bandierina su un’isola in mezzo al mediterraneo, Creta. Bene, andiamo.

Il primo impatto, non benissimo, e neanche bene. Vento, nuvole, aria fredda. Mezza inculata sull’auto a noleggio. Paesaggio deserto, di città, di attività, di gente. Due ore di auto. Casa. Check in. Pausa. Andiamo in spiaggia, quantomeno a far due passi. Bandiere rosse, locali chiusi, attrezzature abbandonate. Umore a terra. Quei pochi turisti che incontriamo camminano incrociando le braccia dal freddo. La testa coperta dal cappuccio delle giacche. Abbiamo sbagliato qualcosa: volevamo vedere costumi, canotte, e occhiali da sole, non k-way! Doccia calda, direzione Chania, per cena, per tirarci su. Macché. Vento, minchia quanto. Cerchiamo un posto riparato. Domani andrà meglio.

Scegliamo una spiaggia a caso e qualche spiraglio di sole ci illude. Il mare sarebbe anche bello, abbastanza tranquillo. L’acqua cristallina. Son quelle badilate di sabbia che arrivano a intervalli regolari, il problema. Il vento la solleva e te la sbatte addosso come una sonora manata di un vichingo finlandese. Ok, visto il mare, pucciato i piedi, fatto un paio di foto ma in spiaggia non si può stare. Una taverna con una vista mozzafiato ci aiuta a distendere il broncio. Profumo di carne alla brace, di stufati locali. Riprendiamo la macchina, cambiamo spiaggia. Si placa il vento, arrivano le nuvole. Impreco. Vengo richiamato alla calma. Le previsioni paiono migliori nei prossimi giorni ma urge studio, del territorio e soprattutto delle condizioni metereologiche. Benedetta tecnologia.

Dopo un giorno e mezzo di magone, l’impennata. La curva smette di rasentare terra e parte, sale. Qualche applicazione ci indica la via: quali zone dell’isola non vedranno passaggi di nubi e in quali il vento sarà clemente. Da bravi allievi, ci applichiamo. Da lì in poi, tutto è cambiato, prospettiva, umore, vacanza. Evitavamo le noie atmosferiche come navigati marinai. Le spiagge, quelle rinomate, quelle sulle cartoline, non sono poi così tante. La strada per raggiungerle, quella si invece è tanta. In ogni caso, vale ogni chilometro macinato. L’eventuale stanchezza di una o due ore di tragitto sarà ampiamente ripagata dalla vista. Considerate tali variabili si è optato per una spiaggia al giorno, senza corse. Nell’ordine, Elafonissi, Balos, Preveli, Phalasarna, concludendo con le meno rinomate (ma chicche da non perdere, my two cents), Zorba’a beach e Seitan Limania. Meritano? Si, tutte, ognuna per un diverso motivo. Le varie descrizioni le trovate ovunque accanto a immagini inutilmente fotoscioppate, considerata la bellezza naturale dei paesaggi.

Citazione a parte merita Balos. “Cazzo”, E’ stato tutto quello che sono stato in grado di dire, fermo immobile per cinque minuti alla vista di quel quadro. In tema di spiagge sporadicamente mi è capitato di strabuzzarmi gli occhi in modo simile. Non stilo classifiche, ma qualora lo facessi difficilmente riuscirei a estrometterla dal podio. Balos è un miraggio dopo parecchi chilometri di strada sterrata scoscesa. Nessun guard rail a protezione ma un sfondo blu, sulla destra, a rendere meno pesante il tragitto tortuoso. Finalmente il parcheggio, bene, significa che mancano ancora venti minuti di camminata. Non ce ne si accorge: dopo pochi passi si apre alla vista la laguna. “Cazzo!” Bombardato da emozioni, ho iniziato a ridere. Mi capita in rare occasioni. Turbato da sentimenti estremamente positivi, gli occhi si lucidano, non mi vengono parole. Allora rido, e butto fuori. Antitesi del pianto. E’ tanto bello quanto irreale. Io si, sarò particolarmente emotivo, ma quello spettacolo vale il solo viaggio. Non mollo il telefono per tutta la discesa che conduce alla spiaggia, mi fermo un miliardo di volte, non riesco a smettere di fotografare. E’ un affresco, suggestivo, poetico.

Alla vista di ogni spiaggia, l’iperbole puntava sempre più in alto. Assenza di ressa e code. Un mare a nostra disposizione, acqua trasparente e birrette fresche. Temperatura ottimale, sia del mare, che esterna, niente pezza, nessun brivido. Anche i luoghi più inculati, in termini di servizi, godevano di una minima organizzazione, in alcuni casi superiore a medie stilate altrove. Chapeau.

Dalla spiaggia alla tavola, cucina mediterranea, ottima, a basso costo. Coccole serali dopo una giornata di mare e sole. Piatti tipici, pochi ma ben fatti. Braci pressoché ovunque, pronte ad accogliere carne e pesce. Il profumo e la gola avrebbero ordinato grigliate a ogni pasto, ma ho stoicamente resistito, spinto dalla voglia di provare tutto ciò che sui nostri menu difficilmente compare. Immancabile insalata greca, lì pronta ad accompagnare le altre pietanze che mano a mano comparivano sulla nostra tavola. Una cucina, nelle sue fondamenta, simile alla nostra. Forse meno ricercata, più umile. Meno azzardi. Una confort zone garantita da olio, formaggio, verdure e olive, ai quali si aggiungono carne e pesce del territorio. Dakos, moussaka, boureki, dolmades, souvlaki, gyros e un quantità non definita di cibi saganaki. In nessun caso un cameriere ha ritirato avanzi, piatti saggiamente puliti. L’attenzione al turista è alta, la lingue conosciute molte. A tavola ci si rilassa, mai a disagio. Malgrado conti irrisori le taverne offrono piccoli entrèe, dolci e raki (sturino di vinaccia). Bel gesto. Mangiare all’aperto, per i vicoli del centro storico, a Ottobre, amplifica la goduria.

La vecchia Creta, ricca di mare e oggi povera di civiltà. Un susseguirsi di piccoli paesini composti da poche casupole squadrate. Un paio di taverne qua e là e un mini market. Stop. Esulano dal contesto Chania e Retymnho. Cittadine sul mare con porto, fortezza e centro storico, nel quale perdersi tra le viuzze pedonali. Un susseguirsi di tavolini diseguali e negozietti di artigianato e souvenirs. Colori, luci e cortili nascosti non stancano anche dopo numerose passeggiate. Entrambe connotate da affascinanti porti veneziani, spiccano su qualsiasi altro agglomerato di cemento.

Creta è stata una felice e colorata parentesi. Le sfumature del blu hanno sostituito i colori autunnali per una settimana. Calma, quale parola d’ordine. Nessuna smania di flaggare un’infinita lista di cose e luoghi. Nessuna imposizione d’orario. Nessuna preclusione di felici momenti per avvenute prenotazioni. Godersela, tutta. I tramonti, i pranzi con vista, un libro cullato dal rumore del mare. Vivere di momenti, emozioni, che spesso la fretta nasconde. Sacrosanta rottura degli abituali ritmi frenetici. Creta è stata una cura omeopatica, per il corpo, per la mente.

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