Bologna

Di sfoglie, torri e accademie

Marzo, 2022

Nel mio immaginario Bologna era rossa, non troppo estesa, con un invitante centro storico e qualche torre. Occupava un misero posticino: una toccata e fuga liceale, roba di mezza giornata. Mai calcolata sino a poco tempo fa ma piombata in mente d’un tratto. Ho iniziato, considerata la vicinanza, a farla diventare meta di un fine settimana. Questa però aveva assunto le vesti di Atlantide, città irraggiungibile, immaginaria, in quanto svaniva alle nostre plurime prenotazioni, causa iscrizione nel calendario di imprevisti e avvenimenti surclassanti. Gita saltata e tanti ringraziamenti a booking.com per la cancellazione gratuita. Finché troviamo i due giorni giusti, ci crediamo un poco in più bloccando i treni e fortunatamente la tracheite arriva giusto una settimana prima.

Bologna effettivamente è rossa, con un piacevole centro storico e connotata da svariate e accessibili torri. Ma è decisamente di più. Bologna è stata un pot-pourri di emozioni, mangiate e passeggiate. Un fine settimana da ripetere. Come le terme, la scampagnata in montagna e la prima capatina al mare. La si è inserita in un ciclo di flessibili cose da fare.

Bologna è il primo piatto a tavola, perché da lì bisogna partire, con i toni predominanti del giallo dei tortellini in brodo, delle tagliatelle nascoste sotto un abbondante strato di ragù, della pasta cresciuta. Accompagnano il giallo le verdi sfoglie delle lasagne e le sfumature di rosso dei salumi. Tradizione, tradizione, tradizione. Non abbiamo voluto saperne nulla di sperimentazione e deviazioni culinarie. La pasta, così come viene tramandata da sfoglina in sfoglina. Il ragù, quello bolognese, quello vero. Il salame rosa, la mortadella. Carboidrati, grasso, gusto. Pance piene e appagate.

Dentro, ma soprattutto fuori dalle osterie, Bologna è giovane e universitaria. Gioia infinita nel camminare e notare i tavoli esterni dei bar stracolmi. Vociare in diversi dialetti. Idee, cazzate e congetture. Procedere a rallentatore origliando incuriosito le mille tematiche. La mente corre alla mio periodo universitario, a quel mondo da studente fuori sede che non ho mai avuto e che ora, mi provoca un’incredibile nostalgia. Fiumana di ragazzi, ovunque, organizzati con birrette, vino e beveroni misti. La fanno da padroni, godendo di una Bologna disponibile e open minded. Le zone di maggior grido accademico si riconoscono: molti bar, pochi camerieri, nessuna formalità. Servire da bere, velocemente e con il piglio giusto. Per la location instagrammabile cercare altrove. Musica, socialità, faccia a faccia. Vecchio stile. Quanto avrei voluto togliermi dieci anni di dosso e buttarmi in mezzo a loro, tra esami rimandati, ciuche moleste e programmi esistenziali. Il mondo a portata di mano, gonfi di un’incredibile autostima.

Scanzonato peregrinare serale, privo di traguardo e mappa, godendoci il week-end fuori porta.  Decidiamo di bere una sciocchezza ai tavolini esterni di un locale. Notiamo che un cameriere gesticola rivolgendosi ai ragazzi seduti. Pare non esserci posto al di fuori. L’interno sembra ugualmente carino, quindi entriamo. Interpelliamo un altro cameriere che non si volta e tira dritto. Ci giriamo, una lavagna recita le condizioni del locale, le leggiamo straniti e felici, perché non potremmo essere più contenti di esser capitati proprio lì. Il Bar senza nome è gestito da ragazzi sordo muti, dunque lì le parole servono a poco. Per pressoché ogni richiesta è stata creata una bacheca con bigliettini ad hoc, che puoi prendere e consegnare in cassa o al tavolo. Dal caffè al negroni, dalla cioccolata alla tisana. Altrimenti la lavagna invita a farti comprendere in ogni modo: gesti, sguardi, labiale, ogni cosa ti aiuti a ordinare. Senza timore e preoccupazione, loro sono lì per te, per accoglierti e servirti da bere. Capita di rado di imbattersi, per caso, in realtà simili. In questi casi plaudiamo e premiamo l’impegno con altre soste.

Dall’inedito al banale e scontato, dalle originali scoperte alle things to do della Bologna turistica. Nella città delle torri, un panorama dall’alto era d’obbligo. Per una volta, spulciare miliardi di blog prima di partire è servito: abbandonate code e bestemmie ai piedi della torre degli Asinelli, in una piazzetta nascosta poco lontano, si erge la torre Prendiparte, che con i suoi 60 metri è seconda solo alla già citata. La domenica è possibile accedervi, salire sino in cima e ammirare la Bologna dalla sua prospettiva più bella. Le traballanti scale in legno, che donano atmosfera alla salita, tolgono il fiato ancora prima che questo svanisca definitivamente all’aprirsi della vista: da sinistra a destra, sullo sfondo dei colli bolognesi, si stagliano in primo piano i principali monumenti, le celebri torri, San petronio, Palazzo Ducale. Non c’è smartphone che non ruoti di 180° all’impazzata, tendando di registrare tanta bellezza. Un tripudio di rosso mattone in infinte scale d’altezza.

Dalla cima della torre si intravede in lontananza San Luca e parte dell’iconica ascesa alla basilica, interamente porticata. Una camminata che prende le forme del peregrinare, una funzione mistica. L’arrivo, in salita, al luogo sacro. Avrei voluto percorrerla tutta, la domenica pomeriggio, immerso in mille viaggi mentali. Mi sono sempre piaciute queste passeggiate, di qualche chilometro, stereotipate. Impegnative ma non eccessive. Convenzioni, le cui immagini denotano subito quel luogo. Associazioni immediate. Camminare senza fretta, comprendendo a pieno il momento attuale, registrando colori e odori, Rammentando quel palo, quello scalino e quel muretto che stranamente ci hanno colpito. Ricordi che rimbalzano improvvise nella memoria, creando flash estemporanei di luoghi più o meno lontani. Bene, nulla di tutto questo. Abbiamo onorato il pranzo domenicale, fin troppo. Gonfi, da far fatica a deambulare, si è dovuto optare per il bus, che comodamente effettua il capolinea davanti alla basilica. I primi soli primaverili conferivano un aspetto parigino alla scena, un quadretto con al centro la chiesa. Ai piedi di questa prati invasi da ragazzi, tra carte da gioco, appunti universitari e assolate russate. Sacro e profano, a distanza di pochi metri. La lontananza dal centro cittadino conferisce un’atmosfera più rilassata. Una pausa, un respiro, un momento di distacco. La vista è duplice, da un lato la tranquillità dei colli, con la natura a farla da padrona. Dall’altro, la Bologna di mattoni, la città rossa e le sue torri.

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