Andalusia vol. II

Di tapas, sudate e flamenco

Agosto, 2017

(Vol. I) …

L’energia di un’alba in spiaggia. Dopo una notte senza dimora, Il sole sorgeva velocemente donando le forze che il mancato sonno aveva privato.

Malaga, di nuovo. Anche ‘sta volta per poco, anzi pochissimo. Riconsegnata la zarra Golf, valutavamo future mosse. Gli ostelli erano pieni e di stanze a poco prezzo non se ne trovavano. Andammo controtendenza: c’era chi scappava dal caldo rovente della città in cerca della brezza marina e chi invece optava per l’esatto contrario. Blablacar. Una coppia sarebbe partita da lì a poco, dalla stazione di Malaga in direzione Cordoba. Temperatura segnalata, 41 freschissimi gradi centigradi. Ampia disponibilità di alloggi. Andata.

La fortuna non mancò di far capolino anche per questo tragitto: un’ora e mezza di viaggio con il sole puntato sul mio finestrino, compresso nel misero spazio che la Seat Leon concedeva ai tre passeggeri sul sedile posteriore. Dopo dieci minuti ero in un bagno di sudore. Domandai del refrigerio ma venni bacchettato dall’antipatico autista andaluso il quale millantava che l’aria condizionata fosse accesa. Non persi tempo a spiegargli che in cinque, a mezzo giorno, sotto quel sole, doveva impostarla a 17 gradi per poter accusare una breve brezza. Lui, sordo alle mie richieste, veniva ripagato per un’ora buona con il mio fetore, quello di uno che aveva dormito in auto la notte prima ed i cui vestiti, ancora prima di salire sulla macchina, emanavano già un piacevole odorino.

Terminata la sauna, Cordoba ci accoglieva esattamente come ci aspettavamo, un grande bolla d’afa. Boccheggiavamo e ricercavamo l’ombra ovunque. Quando qualcuno vi parla del caldo torrido andaluso, credetegli. Non annuite salvo poi fare tutt’altro. E’ una prova mentale, oltre che fisica. Bisogna convincersi che lì, puntato sul proprio collo non ci sia un phon costantemente acceso. Perderete.

L’ostello, oltre che economico, si rivelava fresco e pulito, soprattutto non disabitato. Ciò significava che non eravamo gli unici scemi. Ore 18, sangria e momento socializzazione sulla terrazza. Seduti a cerchio, stile riunione alcolisti anonimi, ognuno sciolinava fluentemente il proprio inglese. Giapponesi, Canadesi, nord europei… Tutti troppo bravi, troppo poliglotti. Qualche tentativo di confronto, tra inglese e spagnolo, arrancati entrambi. Finalmente inizia a calare il sole, le strade diventano vivibili. Si esce per una comida. Meno tirata a lucido rispetto alla città costiere, con il suo stile orientale, Cordoba ebbe un effetto rilassante. La tradizione era viva, forte, percepibile. Incontrai la prima città veramente ancorata al culto delle tapas. Quelle tipiche, causali, felicemente offerte con ogni bevuta. Salmorejo, tortilla, rabo de toro. Se il primo giro viene accompagnato per lo più da un assaggio, al secondo e terzo bicchiere le porzioni si fanno progressivamente più consistenti. Ando così, ‘dos canas por favor’, un consistente numero di volte. Piccoli localini che non facevano della ricerca stilistica la loro ragion d’essere. Vecchi e pesanti banconi, legno massiccio, da far innamorare i più nostalgici.

Il giorno seguente noleggio bici con duplice scopo: perderci alla scoperta della città e patire meno la canicola. Devo ammetterlo, avevo delle aspettative. Avevo letto qualcosa e la curiosità era salita, sia riguardo all’Ahalambra che soprattutto per la Mezquita. Rappresentavano qualcosa di diverso, lontano dai canonici musei e ville visitati nel recente periodo. Provvedendo a un’oculata scelta d’orario, evitavamo un’infinita coda sotto il rabattone del sole, la quale avrebbe messo alla prova anche la tempra del mahatma Gandhi, nonché sarebbe stata causa di un prevenuto giudizio negativo. Ecco, appunto, giudizio post aspettativa?! Più no che si. Un po’ come la ragazza con cui finalmente riesci a uscire, lo schianto che hai sempre sognato, che pronti via sbaglia un congiuntivo. Va beh, sarà un caso, ci passi sopra. Tempo zero, seconda e terza ricaduta, Se io avrei… Ah, che male! Ciao, mi dispiace, dubito possa funzionare. Al di là del paragone, soggettivamente, mi aspettavo emozioni più forti, prorompenti. Pensavo di rimanere più stupito dalla cattedrale, un luogo sacro, nel quale per anni cristiani e musulmani si spartirono gli spazi della basilica. Volevo avvertire pace, un territorio puro, sicuro, neutro. Poco invece di tutto ciò. Turistico, troppo.

Il mio personale rovescio della medaglia, a Cordoba, veniva rappresentato in primis dal museo sul flamenco, all’interno di una corrala, la tipica casa di cortile spagnola. Ben fatto. Interattivo e non eccessivo. Ebbe il merito di avvicinarmi a un argomento che non avevo ancora considerato. Una mini cultura imprevista. Cercammo uno spettacolo serale ma erano ormai al completo. Appuntamento rimandato.  Seconda gradevole nota, molti autoctoni e pochi turisti. Lasciammo che il sentimento guidasse le nostre bici verso piazzette coperte dall’ombra di antichi alberi, nelle quali sederci a sorseggiare qualcosa di locale. Nei tavoli accanto, non curanti del caldo eccessivo, anziani in canottiera intenti a giocare a carte, leggere quotidiani e discutere di calcio. Almeno questo rappresentava quel poco che compresi. Scene felici di vita quotidiana, prive di turisti alla ricerca dell’ennesima fotografia.

Una lieta chiamata ci avvisava che si era liberata una camera a Malaga. Dopo una seconda notte tra le vie di Cordoba ci muovemmo ancora e, considerata l’andata, ci lasciammo ammaliare dalla sicurezza del pullman: un posto comodo e aria condizionata. Malaga è viva. Malaga è su una rampa di lancio che la sta proiettando in alto. Furono lunghe giornate trascorse perlopiù in maniera solitaria. Le pagine di un libro in spiaggia. Le passeggiate sul lungomare, tra palme e contemporanee strutture. Camminai senza una precisa meta, fra la casa museo di Picasso e il centre Pompidou, ridotto distaccamento di quello parigino. Centro storico e zona portuale. L’impressione è quella di vagare in mondi distinti. Temporalmente distanti. Da un lato della strada il nuovo, moderno, contemporaneo. La tranquillità di un giro tra i giardini che costeggiano il mare, tra elementi architettonici e coeve installazioni del porto. Dall’altro lato, il mattone, i ciottoli, la storia del centro e dei suoi vicoli pedonali. E’ qui che in alcuni giorni di agosto impazza la feria. Ne avevo sentito parlare. Credevo cosa da poco, ma come al solito, mi sbagliavo. Preparatevi a non riuscire a camminare, a impiegarci mezz’ore per percorre alcuni metri, a rimanere rapiti da canti e balli, inebriati di Cartojal. In abiti tipici, tutta la costa del sol si riversa nella sua capitale, per la gran fiesta del verano. Vi innamorerete di qualche sorriso, nascosto da un ventaglio, sul volto di donne dai capelli raccolti. Vi innamorerete della musica che fuoriesce da ogni locale. Vi innamorerete delle gambe che ballano e picchiano dolcemente il pavimento. Mi sono lasciato andare. Rapito, da Malaga, dalla Feria. Ho segnato entrambe sul taccuino dei luoghi del cuore, quelli in cui le emozioni provate valgono il ritorno.

Il viaggio aveva acquistato un certo peso, in termini di emozioni, esperienze e tempo. Quest’ultimo, non calcolato per una ventina di giorni circa, iniziava a presentare il conto. Di lì a poco sarei dovuto tornare e occorreva dunque una rapida occhiata a qualche volo. Ero solo, privo di quel fantastico companjero de viaje che qualche giorno prima mi aveva salutato. Socializzavo con chiunque, con un inglese discreto e uno spagnolo improvvisato, con il sorriso e con la benché minima voglia di dover abbandonare un paese che tanto mi stava regalando. Le titubanze iniziali erano scomparse. Mi ero lanciato e mi stavo divertendo un mondo.

Granada rappresentò nuovamente la meta più economica per il rientro. Lì era casualmente diretta una coppia che dormiva nel mio stesso appartamento a Malaga. Lo scoprii una mattina mentre facevamo colazione. Ero in forma: ci misi un niente per scroccare il viaggio. Buttai alla rinfusa i vestiti sparsi per la camera, salutai la simpatica e logorroica padrona di casa (Mercedes, mannaggia a te che pipponi tiravi) e mi addormentai come un neonato sul sedile posteriore. Riaprii gli occhi alle porte della città. Grazie, tante care cose. Birretta e ricerca dell’ostello. Neanche il tempo di finirla: tra le strette viuzze delle teterie marocchine, all’interno del quartiere arabo Albayzín, camerate libere in un palazzo fantastico. Prenotai e in quattro passi mi trovai con le lenzuola in mano mentre la ragazza alla reception mi forniva mille preziose informazioni. Furono giorni incredibili, accorgendomi che nell’incontro precedente non avevo visto e compreso nulla riguardo Granada.

Il caldo torrido imponeva un ritmo lento, accompagnato da numerose soste dissetate dalla mia bevanda ai cereali preferita. L’Ahlambra mi aspettava in un caldo pomeriggio. L’ostello mi aveva trovato incredibilmente un buco per la visita. Classico giro senza meta per poi virare verso la fortezza. Senonché mi accorgo di procedere lentamente, forse troppo. Accelero il passo. I cartelli indicano manchi ancora parecchio. Ho sottovalutato il dislivello, è tutta in salita! Accelero ancora. In un bagno di sudore, ore 16, sono in fila. Cazzo, non c’è un filo d’ombra. Continuo a sudare, e sudare. Vengo schifato da chi si trova accanto a me nel lungo serpentone che attende l’ingresso. Puzzo, tanto probabilmente. Ci rido su, sta diventando un leitmotiv del viaggio. Si aprono i cancelli al turno successivo, dentro, lo stupore. Che bomba, che forza, che eleganza. Un paio d’ore a roteare la testa in continuazione. Gli occhi vengono ininterrottamente rapiti da milioni di dettagli. La visita che vale l’intero viaggio. Un mondo lontano, ma paradossalmente vicino al nostro, all’apice della sua magnificenza, perfettamente conservato. Esco emozionato, felice, soddisfatto. Urge però una doccia.

La sera mi autocostruisco un itinerario gastronomico tra taperie blasonate e bettole malridotte. Ovviamente più affascinato da queste ultime. Trovai un livello alto, pari se non addirittura superiore a Cordoba. Sarei voluto rimanere un mese, per provarne ogni sera due o tre diverse. Entrai a contatto, per la prima volta, con una tradizione singolare: dopo aver consumato la tapa, qualora si abbia gradito, tovagliolo di carta e rimasugli di cibo vengono gettati a terra. Apprezzai e mi adeguai. Smisi di contare le ordinazioni quando mi ritrovai a conversare con una coppia americana domiciliata a Maiorca. Un altro giro e poi ancora uno. Fu una notte incredibile dai sommari ricordi. Per un attimo pensai che mi avessero teso una trappola, avendone quasi la certezza quando mi invitarono a casa loro. Rifiutai, lui si dileguò e lei mi convinse a bere l’ennesima birra in un pub inglese. Mi attaccò una pezza esagerata. Alla prima occasione salutai e mi rifugiai in ostello.

Imparai in fretta che Granada fosse sinonimo di tradizione. Lì quindi, quella ricerca lasciata in sospeso a Cordoba, poteva dunque avere fausto esito. Mi adoperai e fu così: una sera, nello storico quartiere Sacromonte, patria del flamenco. All’interno di una grotta, la tipica cueva, oggi taverna, assistetti allo rappresentazione della danza andalusa dalle origini gitane. Qualche bicchiere di vino davanti a un paio d’ore di spettacolo. Tre donne e un uomo si alternavano ogni dozzina di minuti, scandendo l’esibizione in diversi momenti che io, sinceramente, faticai a comprendere del tutto. Voto alto per la peculiarità di costumi e contesto. Riguardo alla rappresentazione invece meno sbalordito: tanto pathos, forse troppo per chi, come me, non aveva delle buone basi per poter apprezzare al meglio. Pago comunque dell’ennesimo boccone di cultura.

A Granada le sveglie suonarono presto: mi ero riempito le giornate di giri, di esperienze, di vita. Un paio di pullman mi portarono nel nulla. Esattamente da lì, da quel nulla, iniziava il sentiero che mi avrebbe condotto a delle incredibili cascate naturali nascoste tra la vegetazione della Sierra Nevada. Iniziai a camminare, solo, sperando in bene. Continuai a camminare. Dopo circa mezz’ora le prime forme di vita: ottimo, doveva essere il sentiero giusto. Il paesaggio rendeva piacevole lo sforzo. L’alta e fitta vegetazione fungeva da schermo ai colpi del sole ed era tutto un susseguirsi di ponti e ruscelli. Mi sentivo bene. Mai prima di quel viaggio avrei immaginato potessi farcela: io, uno zaino, una camerata d’ostello, una lingua non conosciuta e la voglia di scoperta, in solitaria, in autonomia. Tutti questi pensieri avevano un effetto placebo, non accusavo fatica, quindi proseguivo a buon ritmo. Si apriva qualche vallata, qualche spiazzo, qualche mini cascata. Viandanti di ritorno. Provai a domandare quanto mancasse. Mezz’ora. Bene, proseguo… Mezz’ora un par di balle. Trascorse un’ora, nulla. Bellissimo tutto, però volevo vedere ‘ste cascate. Andai avanti ancora, finché cedetti, dopo un paio d’ore di cammino. Avevo davanti a me il ritorno, la coincidenza di due pullman, una tappa in ostello e un altro pullman che mi avrebbe tristemente portato in aeroporto. Tolsi le scarpe, mi sedetti coi piedi nell’acqua corrente e mi guardai intorno. Ero alla fine del viaggio. Il Viaggio con la V maiuscola, per molti aspetti.

Ho superato parecchie barriere, perlopiù mie, personali.  Son tornato e non vedevo l’ora di affrontare un’altra esperienza per poterne abbattere altre. Ho ringraziato chiunque fosse capitato sul mio cammino, ma ho ringraziato soprattutto me stesso, per quanto ho lasciato di mio sulla via e quanto invece sono stato disposto a raccogliere. Ci è voluto tempo per comprendere la portata degli insegnamenti di quel viaggio. Ancora oggi, mi accorgo di averne ancora da imparare.

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